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Storia

In questa pagina troverete una raccolta di quanto si è scritto e si scrive riguardo Seborga e la sua Storia, ringraziamo studiosi di storia ,giornalisti, siti internet, per il contributo che danno alla conoscenza del Principato e che qui riportiamo per puro spirito di condivisione:

Al secolo Marcello Menegatto,Principe di Seborga dal 26 Aprile 2010, è un giovane ed intuitivo imprenditore con la passione per lo sport (è stato campione del mondo Offshore quando aveva poco più di vent’anni e un appassionato di equitazione, tanto da possedere un bell’allevamento di puro sangue, pilota di ultraleggeri ) ha in cuore il suo Principato, dimostrando, in questi due anni di Regno, grande impegno nel proseguire la battaglia sull’indipendenza perché Seborga possa diventare Principato a tutti gli effetti, nel riordinamento del Governo, nel rilanciare l’immagine di Seborga a livello turistico ma soprattutto Istituzionale, continuando il grande lavoro intrapreso dal suo predecessore Giorgio I°. Con sua moglie Nina Dobler, che ricopre l’incarico di Ministro degli Esteri del Principato di Seborga, tendono a valorizzare e promuovere l’immagine di una realtà sportiva all’estero.

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Breve Storia di Seborga – Prof. Giorgio Pistone
La Riviera di Ponente Ligure e la Costa Azzurra incastonano, sia geograficamente che storicamente, il Principato di Seborga: da ciò la definizione “Provenza Ligure” con la quale spesso vengono definiti i luoghi che le appartengono.
Tutta questa splendida striscia di terra ha sempre goduto di un clima mite e di una generosità particolare della natura cosicché fin dall’Uomo di Neanderthal, prima, e con quello di Cro Magnon, poi, ci sono stati insediamenti umani. Numerosissimi sono i ritrovamenti di scheletri e di manufatti in tutto questo territorio ed anche il Principato di Seborga mostra una presenza umana così consolidata da ospitare luoghi di sepoltura e di culto. Infatti già con la fine dell’età della pietra e con il periodo Neolitico, o della pietra levigata (2000 – 4000 anni fa) la religione assume un’importanza fondamentale presso i nostri progenitori. In questo periodo l’uomo raffina la tecnica della lavorazione della pietra creando schegge di dimensioni millimetriche ed affilatissime che, inserite in ossa o bastoni, rappresentano strumenti utili. Successivamente alcuni popoli, organizzati socialmente in matriarcato, che praticano già l’agricoltura e vivono in grandi case di legno molto allungate, si diffondono nella zona. Di tutto ciò troviamo reperti nella Provenza Ligure.

Con l’Età del Bronzo si sviluppa l’epoca delle “grandi migrazioni” e con lo spostamento di interi popoli vengono importate in Italia nuove usanze, come la cremazione dei defunti, e nuove tecniche tra le quali la grande innovazione della fusione dei metalli. In questo periodo i rapporti tra i territori liguri e la Francia del Sud sono strettissimi, inoltre si aprono nuove vie commerciali che pongono in contatto le terre che si affacciano sul Mediterraneo del Sud con quelle che si affacciano sul Mediterraneo settentrionale, infatti proprio in Liguria vi sono ritrovamenti di perle in pasta vitrea di origine egizia.

Ed ora guardiamo brevemente la storia della popolazione ligure. Noi oggi sappiamo che i Liguri erano uno dei pochi popoli mediterranei radicati nel territorio prima delle grandi migrazioni; le notizie che ci provengono dagli antichi autori sono davvero scarsissime e ci giungono principalmente da scrittori greci. Esiodo, ed esempio, ci narra del re Ligure Circnus che secondo la leggenda venne trasformato in cigno, simbolo del canto, e questo animale diviene l’emblema dei Liguri che, secondo Platone, erano famosi cantanti.
I Ligures occuparono gran parte dell’Europa occidentale,Gallia, Spagna, Italia prima delle immigrazioni dei Celti, degli Umbri, degli Oschi e dei Sanniti, dai quali furono costretti a ritirarsi sulle coste del Tirreno, dove in età storica li troviamo dall’Etruria al Rodano. La loro origine è incerta e non è ancora completamente noto se la loro lingua appartenga al gruppo di quelle mediterranee o al gruppo di quelle indoeuropee.
Ci sono tracce delle capanne in cui i Liguri vivevano sia a Terra Amata che a Nizza e sono di 400.000 anni fa; erano erette con tronchi d’albero, che ne costituivano la struttura, ad essi erano intrecciati altri rami che venivano poi resi stabili da una sorta di intonaco formato dal fango, il tetto era di fascine di rami ed erbe. Un altro di rifugio erano le “caselle”, ripari di emergenza costruiti con la tipica tecnica mediterranea ”a secco” , di cui ancora oggi si fa uso nei muretti che dividono i poderi. Le pietre usate erano, e sono ancora, quelle trovate sul terreno che meglio si adattano senza dover essere troppo lavorate. La costruzione delle caselle era fatta con una tecnica molto semplice: un architrave monolitico che costituiva un piccolo ingresso ed una copertura a cupola aggettante.
Poiché il territorio a loro disposizione era aspro e difficile da coltivare accanto all’agricoltura rimasero sempre anche l’attività di raccolta e quella della caccia, soprattutto ai volatili.
Lentamente nella popolazione ligure si infiltrarono i Celti che, senza l’uso della violenza, portarono con loro usanze, riti, tecniche ed espressioni artistiche. Sia i Celti che i Liguri non avevano una scrittura e i Druidi, sacerdoti celtici, non volevano che le proprie tradizioni religiose venissero trascritte. Le divinità dei due popoli lentamente si contaminarono e si fusero, inoltre entrambi dedicavano particolare attenzione devozione ai fenomeni naturali e ad oggetti come le pietre, gli alberi e le fonti d’acqua.
I Celti credevano nell’immortalità dell’anima e nella metempsicosi ed i loro funerali erano molto fastosi; i principi venivano sepolti con le armi, i gioielli, il vasellame e persino con i carri, i cavalli ed i cani. Le sepolture erano talmente importanti che spesso accanto alle tombe, che erano sempre ricoperte da tumuli, vi sorgevano centri abitati nei quali vivevano i custodi del sepolcro del principe.
Seborga è uno di questi centri; la sua storia inizia tremila e cento anni fa proprio in seguito alla costruzione di una tomba celtica principesca, databile 1300 anni prima della nascita di Cristo, nella località che oggi si chiama Pian del Re, nella Riviera di Ponente. All’interno di un cerchio del diametro di tredici metri vi erano le pietre ricoperte di terra a formare la tipica tomba a tumulo. Successivamente i Romani riutilizzarono il sito per le proprie sepolture; questo luogo venne poi chiamato Sepulcrum, nome che conserva ancora oggi. Molti secoli dopo vi furono nuovamente effettuate delle sepolture, la tradizione parla di alcuni Catari.
I Celti erano soliti dividere il territorio in quattro parti, ad ognuna delle quali corrispondeva un abitato che era affidato a due capi: questa struttura la ritroviamo nel Principato dove gli otto custodi, che vegliavano sui centri abitati e sulle tombe, si riunivano periodicamente per eleggere un capo supremo che poi, con il tempo, verrà chiamato Principe.
Giorgio Pistone

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Volontariato è Umanità

Giorgio 1° Principe di Seborga

Volontariato è un termine vasto, il cui significato è ancora più vasto e diventa grande, sempre più grande quando

coloro che lo espletano lo praticano con dedizione, amore e costanza. Regalare agli altri un pezzo di vita, il proprio “tempo libero”, le ore dedicate al riposo ed alle vacanze, diventa sempre e comunque magnificenza interiore, virtù morale e valore umano che si trasmettono al prossimo, adulto o fanciullo, sia questi

indigente, carente, o spettatore soltanto. Il volontariato schiude ad un bambino una porta diversa sul proprio domani e può trasformare meno acre il futuro; insegna ai giovani la strada del dovere e la dolcezza del volersi bene; risveglia negli adulti la volontà di sorpassare e di evadere dall’incubo esistenziale, spesso creato dalle errate e incapaci manovre politiche di chi amministra il Potere, e dà ai bisognosi la speranza della sopravvivenza. Chi pratica il Volontariato, innesta negli uomini un pezzo di cuore, piccolo ma utile e necessario, che permette di continuare, con fede, il difficile percorso terreno che ci é stato assegnato, e che regala a chi soffre un tenero raggio di sole.

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Addio a Giorgio I – estrapolato da articolo di Erika della Casa.

È stata una malattia a piegare a 73 anni Giorgio I re di Seborga, un omone barbuto, che aveva lasciato i panni del floricoltore per vestire quelli di principe-contadino. Ed ora i 320 sudditi, tanti sono gli abitanti del piccolissimo borgo medievale alle spalle di Bordighera, piangono il loro re perduto: Giorgio Carbone – alias Giorgio I – si è spento, come era suo desiderio, nella sua semplice casa in fondo a un viottolo di campagna. Voleva morire a Seborga. E nella casa del sovrano è stata allestita una camera ardente, re Giorgio vestito con l’ uniforme del suo principato, giacca bianca, la fascia azzurra ad attraversargli il petto e la spada dei Templari al fianco. Una favola? Forse, ma bisogna parlare con i ministri del Principato che si è autoproclamato nel 1993, rivendicando l’ indipendenza dall’ Italia, perché la prospettiva cambi. (…)Quando è morto il re gli abitanti sono scesi dalle case nelle strette stradine di pietra di Seborga e hanno cantato le canzoni, musica e parole scritte da Giorgio I, in onore di questo strano paese che non vuole uscire dal sogno. il priorato di Seborga e gli otto ministri non sono d’ accordo. (…) Hanno fatto richiesta alla Corte di Strasburgo di veder riconosciuta l’ indipendenza del borgo: «San Marino sì e noi, no? Perché no?» dicono. Tutto si basa su una geniale idea di Carbone: nel 1748 i monaci cistercensi cedettero Seborga ai Savoia ma l’ atto non fu mai ratificato. Quindi – dicono i seborghini – noi non siamo passati sotto i Savoia prima e sotto la Repubblica dopo. L’ idea ha fatto il giro del mondo. Giorgio I è stato intervistato dalla BBC e dal Time mentre governava dal suo podere. Poi sono venute le monete del principato, i luigini, i francobolli con l’ effige del re, i passaporti firmati uno per uno dal sovrano, le targhe per le auto, le bandiere azzurre con croce bianca. Ed oltre a questo la storia e le leggende hanno aiutato il paese, visitato da San Bernardo e forse custode dei segreti dei Templari.(…)

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